La professione dei consulenti del lavoro sta cambiando.
Non soltanto per effetto delle nuove normative o dell’evoluzione del mercato del lavoro, ma anche per un cambiamento generazionale che sta modificando il modo stesso di interpretare la professione.
I dati pubblicati da Il Sole 24 Ore il 17 agosto 2026 mostrano infatti una situazione interessante: il numero complessivo degli iscritti all’Ordine è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio, ma è cambiata profondamente la composizione anagrafica e, soprattutto, il modo in cui i professionisti più giovani interpretano il proprio ruolo.
Consulenti del lavoro: meno giovani, ma una professione che evolve
Tra il 2015 e il 2025 gli iscritti all’Ordine dei consulenti del lavoro sono passati da 26.226 a 25.883: una riduzione contenuta, pari a 343 iscritti.
Il dato più significativo riguarda però l’età.
Nel 2015 gli under 40 rappresentavano il 27,38% degli iscritti. Nel 2025 sono scesi al 12,53%.
In dieci anni, quindi, la presenza dei giovani nella professione si è sostanzialmente dimezzata.
Il fenomeno non sembra però essere riconducibile esclusivamente alla scarsa attrattività della professione.
Come evidenziato nell’articolo, il calo della componente più giovane si inserisce in un fenomeno demografico più ampio: i giovani che oggi entrano nel mercato del lavoro sono numericamente inferiori rispetto alle generazioni precedenti.
Questo significa che il vero tema non è soltanto come rendere più attrattiva la professione, ma anche come prepararla a un mercato del lavoro profondamente diverso.
Il consulente del lavoro non è più soltanto quello delle buste paga
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti che emergono dai dati.
I giovani consulenti del lavoro stanno ampliando il perimetro della propria attività.
La consulenza non si limita più agli adempimenti tradizionali, ma comprende sempre più frequentemente attività legate alla gestione strategica delle persone e dell’organizzazione aziendale.
Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, oltre l’83% dei consulenti under 40 offre consulenza giuridica e contrattuale sui rapporti di lavoro, contro il 67% degli over 40.
La differenza emerge anche in altri ambiti:
- gestione del personale: 59% degli under 40 contro il 47% degli over 40;
- consulenza economica su budget e costo del lavoro: differenza di circa 20 punti percentuali;
- welfare aziendale: 46% contro 32%;
- crisi d’impresa: 10% contro 6,5%;
- certificazione della parità e bilanci di genere: maggiore presenza dei professionisti più giovani.
È un cambiamento importante.
Perché racconta una professione che sta passando dall’essere prevalentemente adempimento a diventare sempre più consulenza.
E questa evoluzione interessa direttamente anche gli imprenditori.
Più aggregazione per affrontare un mercato più complesso
Un altro dato merita particolare attenzione: la crescita delle Società tra professionisti (STP).
Nel 2015 erano 106. Nel 2025 sono diventate 813.
Un incremento significativo, che racconta una tendenza verso l’aggregazione delle competenze e verso modelli professionali più strutturati.
Non è soltanto una questione organizzativa.
Aggregarsi significa poter mettere insieme competenze differenti, ampliare i servizi offerti e affrontare esigenze aziendali sempre più complesse.
Ed è proprio questa evoluzione ad aver accompagnato una crescita importante dei redditi medi dei consulenti del lavoro.
Secondo i dati Enpacl riportati nell’articolo, il reddito medio è passato da 28.138 euro nel 2015 a 58.072 euro nel 2025, con una crescita del 106%.
Il dato non va letto semplicemente come un aumento del guadagno.
È soprattutto il segnale di una professione che sta ampliando il proprio valore economico attraverso nuove competenze, nuovi servizi e nuovi modelli organizzativi.
Intelligenza artificiale: una nuova competenza per i consulenti
C’è poi un tema che nei prossimi anni sarà impossibile ignorare: l’intelligenza artificiale.
L’AI sta entrando nelle aziende e negli studi professionali e sta modificando il modo in cui vengono gestite informazioni, processi e attività.
Per i consulenti del lavoro questo non significa soltanto imparare a utilizzare nuovi strumenti.
Significa comprendere come l’intelligenza artificiale possa modificare l’organizzazione del lavoro, la gestione delle persone e i processi aziendali.
L’articolo evidenzia, in questo senso, anche la nascita di percorsi formativi dedicati alla figura del Supervisor AI per le PMI, pensata proprio per accompagnare le imprese nell’utilizzo consapevole di queste tecnologie.
Ed è qui che, a mio avviso, si trova una delle grandi sfide della professione.
Il consulente del lavoro del futuro non dovrà necessariamente competere con l’intelligenza artificiale.
Dovrà imparare a governarla.
Il vero tema è il futuro delle imprese
Guardando questi dati da consulente del lavoro, la questione non riguarda soltanto la nostra categoria.
Riguarda direttamente le imprese.
Le aziende stanno affrontando contemporaneamente trasformazioni demografiche, nuove esigenze dei lavoratori, evoluzione normativa, difficoltà nel reperire competenze e introduzione dell’intelligenza artificiale.
In questo scenario, avere accanto un professionista che si limita a gestire gli adempimenti non è più sufficiente.
Serve qualcuno che sappia leggere ciò che sta accadendo e trasformarlo in scelte concrete.
Costo del lavoro, organizzazione, welfare, gestione delle persone, contrattazione, innovazione e nuove tecnologie stanno diventando parti dello stesso problema: come costruire un’organizzazione capace di crescere in un mercato che cambia.
Il consulente del lavoro come partner dell’imprenditore
La trasformazione della professione porta quindi con sé una domanda molto semplice:
che cosa deve aspettarsi oggi un imprenditore dal proprio consulente del lavoro? Non soltanto una risposta quando arriva una normativa nuova. Non soltanto una busta paga corretta o un adempimento rispettato. Ma capacità di analisi, visione dell’organizzazione e supporto nelle decisioni che riguardano le persone.
Perché il lavoro sta cambiando e, con esso, cambia anche il ruolo di chi lo accompagna professionalmente.
Il futuro della consulenza del lavoro non sarà determinato soltanto dal numero dei professionisti che entreranno nella categoria.
Sarà determinato dalla loro capacità di portare competenze nuove dentro le imprese e trasformarle in valore.
Ed è proprio questa, secondo me, la vera innovazione.
Non utilizzare la tecnologia per fare semplicemente più velocemente quello che facevamo prima.
Utilizzarla per poter fare meglio ciò che prima non riuscivamo ancora a fare.